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Mercoledì, 22 Maggio 2019 09:06

SENTENZA DELLA CASSAZIONE SULLE FALSE LETTERE AL DIRETTORE

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(ANSA) - ROMA, 25 FEB - Ormai anche le rubriche delle
lettere al direttore - su quotidiani e periodici - sono vittime
delle fake news e per questo la Cassazione ricorda che tocca
ai 'numeri unò delle testate verificare l’identità di chi gli scrive
e che quanto è narrato sia vero, e non realtà taroccata, prima
di pubblicarlo. Senza questi controlli, il direttore che si
accontenta di fare solo una telefonata per parlare con il
'mittentè al recapito segnalato nella mail, incorre nella
condanna per omesso controllo e paga i danni da
diffamazione se la lettera pubblicata si rivela una pericolosa
bufala.
Il caso affrontato è quello del direttore di un quotidiano
pugliese, G.M., che in una delle edizioni locali del 19 maggio
2004 aveva pubblicato la lettera di un aspirante avvocato -
spacciatosi per il figlio del vicedirettore di un noto
settimanale - che raccontava di brogli durante il concorso per
avvocato attribuendoli al presidente della Commissione.
In realtà l’autore della lettera - ricorda la sentenza - si era
servito di false generalità e aveva «fraudolentemente
utilizzato un nome noto al direttore del quotidiano
dichiarando di essere il figlio di un famoso giornalista, suo
amico, inducendolo così in errore sulla provenienza della
lettera e sulla sua credibilità». Ad avviso della Suprema
Corte, questi elementi non sono «rappresentativi
dell’ottemperanza da parte dell’imputato, titolare di una
posizione di garanzia, di aver compiuto quanto in suo potere
per prevenire la diffusione della notizia diffamatoria, non
aderente alla realtà, contenuta nella lettera». G. M. si era
difeso dicendo di aver contattato il mittente al cellulare e di
essersi fidato e di aver deciso di pubblicare la lettera «anche
in ragione della difficoltà di fare immediate ulteriori verifiche
attesa l’ora tarda e la prossima stampa del giornale». Il
direttore aveva «modificato» la lettera nella parte «più
offensiva» e poi aveva pubblicato la smentita.
Per gli 'ermellinì, tutto ciò indica «come peraltro ammesso
dallo stesso direttore» che «nessun serio controllo è stato
effettuato sulla 'fontè della notizia, essendosi l’imputato
fidato della firma apposta in calce in relazione a quanto
riferitogli dal falso interlocutore telefonico sul fatto di essere
figlio di un suo amico giornalista come se tale dichiarata
parentela fosse in sè sufficiente a dare esaustiva garanzia
della effettiva identità dell’interlocutore e nel contempo
della verità della notizia riportata nella lettera».
«Sempre più frequentemente in alcuni quotidiani - osserva la
Cassazione - viene dedicato un apposito spazio alla
pubblicazione di lettere o scritti, provenienti da cittadini,
intellettuali o opinionisti e tali contributi, inviati al Direttore
del giornale, ricevono un vaglio diretto da parte di
quest’ultimo, venendo pubblicati sotto il suo controllo diretto
, ossia senza nessun filtro preventivo».
Pertanto - conclude il verdetto 8180 - è lo stesso direttore ad
essere tenuto «alla verifica delle sue fonti informative e dei
fatti narrati, dovendo offrire prova della cura posta negli
accertamenti svolti per stabilire la veridicità dei fatti». In
primo grado G.M. era stato assolto dal Tribunale di Lecce
"perchè il fatto non costituisce reato», ma nel giugno 2016 la
Corte di Appello - condivisa dagli 'ermellinì - lo aveva
dichiarato responsabile agli effetti civili condannandolo al
risarcimento del danno.(ANSA).

 

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