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Domenica, 16 Dicembre 2018 04:24

A VOI CRONISTI PRECARI, ALLA VOSTRA INSENSATA OSTINAZIONE, A QUELLO CHE IL GIORNALISMO VI DEVE

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 di Cesare Giuzzi
Presidente Gruppo cronisti lombardi

L’altro giorno, al termine di un corso di aggiornamento su cronaca, fake news e sui problemi della professione, mi ha avvicinato un collega. Mi ha parlato dei collaboratori e di come, anche la sua testata da sempre esempio virtuoso di giornalismo lombardo, si sia spaccata sempre più in due: da una parte un “nucleo” di redattori, dall'altra colleghi che lavorano “fuori” per una manciata di euro al pezzo. Problema frequente. Sempre di più.

Mi ha chiesto se davvero è possibile che i responsabili del desk non conoscano i compensi di un collaboratore esterno. Se davvero non sappiano che quando chiedono a un collega di “coprire” un fatto a venti o trenta chilometri da casa per 5 euro ad articolo, magari impiegando quattro o cinque ore del proprio tempo magari fino a sera, quei colleghi dall'altra parte del telefono non si rendano conto che i maledetti 5 euro se ne andranno già con la sola benzina per il viaggio di andata. E come sia possibile che tutto questo continui. Che i giornali facciano inchieste indignate sul caporalato delle arance o delle olive e non sappiano guardarsi allo specchio. Colleghi, non editori. 
Perché se potessero, gli editori non pagherebbero nessuno. Per loro, in molti casi, questo lavoro vale molto meno dei 5 euro ad articolo. Se fosse per loro - chiamateli padroni, imprenditori o mecenati del giornalismo - i giornalisti veri, quelli assunti, dovrebbero sparire. Pagano, perché alla fine (quasi sempre) gli stipendi li pagano, perché sono costretti. Ma ovvio, non lo fanno volentieri. È la regola del gioco. Cosa sanno gli editori di questi ragazzi pagati 5 euro al giorno (perché non è che di articoli se ne possano scrivere 10), se per fare questo dannato mestiere quelli lavorano in perdita, se per raggiungere il luogo di una conferenza stampa, di un omicidio, di un incendio, di un indicente, di una inaugurazione, quelli si giocano il compenso già con la benzina.

Eppure qualcuno lo sa. E quel qualcuno è dentro alle redazioni. E anche se sembrano distratti, e anche se i “capi” di soldi non parlano mai, se danno la colpa all'amministrazione, se dicono che “se potessero loro assumerebbero tutti”, quei capi lo sanno che con 5 euro non ci si ripaga neppure la benzina. Figuriamoci il telefono, il computer, la linea Adsl, il tempo che si dedica a tutto questo e che non si può impiegare in altro modo. Magari facendo un secondo lavoro che ci permetta di vivere dignitosamente o magari – altrettanto dignitosamente – vivendo la propria vita, la propria famiglia, i propri affetti. 
Chi fa il cronista oggi, quasi sempre precario e pagato anche meno di 5 euro ad articolo, lo fa con “insensata ostinazione”. Perché non esiste regola matematica, bilancio familiare o convenienza, che valga tutto questo. Solo semplice, invincibile, ammirevole, meravigliosa ostinazione.

I cosiddetti “nuovi media” non hanno spazzato via il lavoro dei cronisti. Anche se in molte redazioni ne sono convinti. Non lo faranno mai. Perché un esercito di centinaia di “riciclatori di news”, opinionisti, inchiestisti da scrivania, tuttologi o scooppisti apocrifi, nulla è e nulla sarà senza l’umile, sottopagato, avvilente e meraviglioso lavoro di chi sotto la pioggia o sotto al sole sarà lì, magari a prendersi anche gli insulti della gente e le umiliazioni di alcuni personaggi (politici o forze dell’ordine) che ancora “sfottono” l’ostinazione con la quale c’è chi fa questo mestiere. Serviranno sempre i loro occhi, le loro orecchie, le loro “fonti”, le loro suole delle scarpe per tenere in piedi questo sistema drogato dell’informazione omologata, del copia incolla, dei fatti surrogati all'opinione. Anzi, il mare magnum del web ha dimostrato come l’unico argine alle fake news sia il giornalismo vero, quello certificato dai cronisti, quello che nella spietata lettura della realtà non può lasciar spazio ai “fumi” degli avvelenatori di pozzi. Perché questi ultimi si nutrono – oggi ancora di più – delle lacune del giornalismo, di tutte quelle notizie o quei temi dove il tempo, la sciatteria, l’ignoranza dei media di oggi genera notizie “parziali”, “incomplete”, “non verificate”. E spesso, anzi sempre, bastano appunto quegli occhi, quelle orecchie, quelle fonti pagate 5 euro ad articolo per evitare che la cascata di fango si abbatta quotidianamente su tutto il giornalismo italiano. Però, e lo dico con amarezza, sembra che noi cronisti siamo i soli a pensarlo.

Un anno fa, al termine della cerimonia del Premio Vergani, sono stato avvicinato da un alto ufficiale della guardia di Finanza. Aveva ascoltato il mio discorso, e quello degli altri esponenti del giornalismo lombardo invitati alla cerimonia, e aveva ben compreso che la situazione che stavamo descrivendo era molto simile a quella dei caporali delle olive o dei pomodori. Perché la situazione dei giornalisti precari spesso ha un solo nome, meno nobile e rassicurante: lavoro nero. Abusivi, collaboratori disponibili H24, cronisti chiamati la domenica in redazione per coprire gli organici (e risparmiare soldi), ragazzi buttati in questa mischia come carne da macello e abbandonati alla prima querela, alla prima minaccia di querela, al primo problema, alla prima rivendicazione economica. Questo altro non è che lavoro nero. L’ufficiale delle Fiamme gialle ha dato la propria disponibilità e quella del corpo a lanciare una campagna di ispezioni in queste aziende editoriali, ad entrare in redazione per verificare con quali criteri e quali contratti chi firmava un articolo era costretto a lavorare. Ho ancora il suo biglietto da visita sulla mia scrivania. Ho pensato immediatamente che fosse giusto, che fosse l’azione necessaria, che non potesse esserci rispetto del lavoro senza il rispetto delle regole, che in questo caso è anche rispetto delle leggi. Poi ho tergiversato. Perché so perfettamente che quei ragazzi che oggi con la loro “insensata ostinazione” stanno lavorando "a perdere" per realizzare un sogno, per qualcosa che somiglia molto a una vocazione (perché così è), domani sarebbero stati le prime (e magari uniche) vittime di tutto questo. Carne da macello che sarebbe stata sostituita poi con altra carne da macello. Perché le aziende editoriali senza il loro lavoro non potrebbero stare in piedi. Esattamente come il sistema delle cooperative di facchinaggio non potrebbe funzionare, in una continua gara al ribasso, se venissero rispettate le normative minime sul lavoro. Ah questo sì, questo l’ho letto sui giornali.

Uscire da questo sistema non è semplice. Non esiste una ricetta. Ma sappiamo che questo sistema non è tollerabile né porta o porterà mai a nuovi posti di lavoro, al rilancio della categoria, alla rinascita del sistema editoriale italiano. Anzi, questo sistema, questo scellerato patto ad uccidere tra redazioni e collaboratori, questa immensa e infinita guerra tra poveri, ha portato in questi anni allo svilimento del nostro lavoro, alla precarizzazione di tutta la categoria, alla vergognosa situazione che tutti noi conosciamo. Ha portato chi ha responsabilità in tutto questo – e lo ripeto, non solo gli editori ma anche chi ha ruoli dirigenziali nelle redazioni – a non avere occhi, non avere orecchie, a non avere neppure specchi nei quali guardarsi.

In questi anni ci sono state molte iniziative “sparse” per l’autodeterminazione degli sfruttati. Quasi sempre si sono alimentate di “odio”, di una frattura tra il mondo nelle redazioni e quello fuori, utile solo ad autocommiserarsi. Buona soltanto per raccogliere proteste e promettere sogni, magari a ridosso di qualche scadenza elettorale. 
Il futuro dei precari non potranno cambiarlo i precari. Serve una presa di coscienza nelle redazioni, serve che nessuno possa considerare chi è dall'altro capo del telefono come un “giornalista di serie b”. Serve che tutti sappiano che oggi, anche oggi, quel ragazzo o quella ragazza, quel padre o quella madre di famiglia, staranno lavorando per 5 (o anche 30, poco cambia) miseri e maledetti euro. Serve che la presa di coscienza parta da qui, dalla dignità del lavoro e di chi con le sue negligenze o voltandosi dall'altra parte alimenta questo sistema di sfruttamento del lavoro nero. Nelle redazioni i precari sono visti spesso come nemici, come coloro che – in cambio di una paga inferiore – porteranno via il nostro lavoro. Allo stesso modo, i collaboratori vedono le redazioni come covi di sfruttatori insensibili, menefreghisti garantiti, privilegiati fancazzisti, osceni burattinai.

La contrapposizione non ha portato a nessuna vittoria. Né alla difesa dei vecchi posti di lavoro né alla creazione di quelli nuovi. Il sindacato in questi anni, benché arma spesso spuntata e indebolita fortemente da una partecipazione ai minimi storici, è stato il solo strumento per riportare all'interno delle redazioni un concetto basilare ma che è andato completamente perduto: la solidarietà. 
Un concetto che è alla base dell’esistenza stessa del sindacato. E che, cari precari, è oggi la vostra e nostra unica arma di difesa. Perché bisogna vincere l’indifferenza, il menefreghismo, la colpevole distrazione di chi, stavolta si ostinatamente, non vuole rendersi conto che chi sta fuori ha una famiglia, degli affetti, un mutuo o un affitto da pagare, e soprattutto una vita. Che ha il diritto di vivere con dignità.

Nel nostro piccolo, come Gruppo cronisti lombardi, abbiamo sempre portato avanti istanze che potessero garantire equità di trattamento e di dignità a tutti i colleghi, indipendentemente dalla testata di appartenenza, dal contratto, dall'anzianità di servizio, dalla tessera che avevano in tasca. Lo abbiamo fatto, lo cito a solo esempio pratico, mettendo in piedi tavoli e osservatori che permettessero di “modificare” e molto spesso “guarire” le storture quotidiane che chi fa questo lavoro si trova ad affrontare. E di questo ringrazio personalmente l’impegno di tutti i consiglieri, nessuno escluso. Lo abbiamo fatto perché crediamo nella fondamentale importanza del vostro (nostro) lavoro. E semplicemente perché un collega precario, sfruttato, umiliato nel suo lavoro, non ha protezione, non ha sostegno dalla redazione o dal proprio capo, e spesso non può avere neppure voce. Per questo serve uno spirito nuovo, che porti all'inclusione, alla partecipazione, all'unità. Per questo serve che i cronisti, tutti, siano capaci di fare lobby (parola che ha un suono orrendo di questi tempi, ma non è così), non solo a parole, ma anche nei numeri. Vogliamo una squadra forte, partecipata, dove ci siano le voci di chi questo lavoro lo fa davvero. Perché il nostro impegno c’è, e serve la vostra fiducia. Da soli, ricordatelo, è impossibile vincere.

L’impegno lo abbiamo messo, e lo hanno messo tutti gli organismi sindacali dell’Associazione lombarda dei giornalisti, di cui noi siamo solo una piccola espressione. Lo hanno messo tutti i colleghi che ogni giorno spendono parte del proprio tempo per allungare mani, anziché ritrarle. Questo non è un post elettorale, non è il messaggio di una o dell’altra corrente, sia chiaro. Questo è un messaggio necessario, semmai, perché qualcosa cambi. Un appello perché la nostra categoria ritrovi la capacità di riportare il concetto di solidarietà nelle redazioni, sulle nostre scrivanie. Noi lo abbiamo fatto per un motivo: perché nessuno deve restare indietro. E perché, cari colleghi, senza noi cronisti semplicemente non ci sarebbero notizie. Nelle redazioni, sulle scrivanie dei giornalisti-tuttologi, nelle tv, sui computer, sugli smartphone, sui giornali di chi ancora, nonostante tutto, continua con “insensata ostinazione” a credere che il nostro lavoro sia ancora dannatamente importante.

 

 

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