Sabato, 19 Ottobre 2019 01:46

No a un giornalismo in libertà vigilata i cronisti i fatti li raccontano, non inventano

IL DIBATTITO ORGANIZZATO DALL’UNCI A FERRARA IL 18 DICEMBRE

 

Giudizio concorde di studiosi del diritto, avvocati, magistrati, giornalisti

di Mimmo Spina

19 dicembre 2009, Ferrara - Libertà di espressione e libertà di essere informati. Tutela della privacy (solo per le alte sfere?) o diritto di conoscere la realtà che ci circonda? Questo, il problema. E’ il dibattito che si è tenuto la sera di venerdì 18 dicembre al Teatro Nuovo di Ferrara, nel corso del convegno dal titolo eloquente e provocatorio: “Noemi-Natalie. Stampa sotto accusa? I cronisti raccontano i fatti, non li inventano”, organizzato dall’Unione Cronisti Italiani con la Federazione Nazionale della Stampa Italiana, l’Ordine Nazionale e Regionale dei Giornalisti, e l’Associazione della Stampa. Potere e informazione, inoltre, sono stati “radiografati” sul fronte delle prospettive del disegno di legge Alfano sulle intercettazioni.

In un dibattito aperto al pubblico, durante il quale non sono mancati interventi critici dalla platea composta da studenti e cittadini, non sono mancati gli spunti dalla cronaca recente, come l’aggressione della scorsa settimana al Presidente del Consiglio: “Una violenza – ha sottolineato Guido Columba, presidente dell’Unci, Unione Nazionale Cronisti Italiani – totalmente da respingere, in quanto impedisce il confronto politico, l’unico ammesso in un società democratica”. Secondo Columba si semina così l’idea che dietro all’esercizio del diritto-dovere di cronaca si celi un complotto e, “…peraltro è in atto un tentativo di ostacolare il dovere dei giornalisti di informare i cittadini con correttezza e tempestività, come se la professione del giornalista fomentasse i violenti: un concetto inaccettabile”. “Si tenta infatti – ha sottolineato il presidente dei cronisti italiani – ripetutamente, di ingabbiare la buona informazione in norme che non permettono ai giornalisti di svolgere appieno il proprio ruolo”.

La manifestazione, che ha avuto il patrocinio di Vasco Errani, presidente della Regione Emilia-Romagna, è stata aperta da Massimo Maisto, vicesindaco e assessore alla cultura di Ferrara il quale ha detto di ritenere fondamentale riflettere sul tema della libertà di stampa: “Questa iniziativa si inserisce nei momenti di cultura alta e diffusa che auspichiamo per Ferrara Città d’Arte e di Cultura”, poiché, spiega, in una fase di sviluppo del mondo dell’informazione, dove spazio e tempo sono quasi annullati, “occorre curare i contenuti veicolati, non solo da parte dei giornalisti, ma anche delle istituzioni, in modo da costruire insieme un’idea forte di comunità e cittadinanza”.

Roberto Natale, presidente della Federazione Nazionale della Stampa Italiana, ha detto tra l’altro: “Si cerca di far passare l’idea che un eccesso di informazione politica metta in pericolo la tenuta del quadro democratico a favore di un modello di informazione senza domande, che persegue il Presidente del Consiglio. Un quadro in contrasto con il concetto di democrazia”. Sulla privacy, il presidente del Sindacato dei Giornalisti si è così pronunciato: “L’interesse generale deve sempre prevalere. Si pensi a vicende di assoluta rilevanza sociale come il crack Parmalat o la vicenda della Clinica Santa Rita. Ciò che è pubblico deve essere pubblicabile: ma senza riassunti, e magari svolgendo un’udienza filtro per selezionare aspetti non rilevanti per l’interesse generale. I casi D’Addario o Natalie non sono gossip – ha sottolineato Roberto Natale  – , poiché è nell’interesse dei cittadini conoscere i criteri in base ai quali si stilano le liste elettorali, o sapere se un politico può essere soggetto a ricatto”. Sulla rilevanza sociale e il “peso” di una notizia, Natale ha poi concluso: “È imbarazzante lo scarto dell’attenzione data a vicende come quella di Meredith Kercher rispetto al caso Aldrovandi: inversamente proporzionale al principio di rilevanza sociale. Occorre che i cronisti orientino sempre le scelte professionali in base al criterio di interesse pubblico”.

Gianluca Gardini, professore di diritto dell’informazione dell’Università di Ferrara, sul diritto di essere informati: “Il limite del diritto-dovere dei cronisti di informare non può essere slegato dal diritto dei cittadini di essere informati sulla realtà che ci circonda”. E, citando Einaudi, “Conoscere per deliberare”, ha aggiunto:  “il voto è libero, se è informato e i media, in questo processo di costruzione dell’opinione pubblica, hanno un ruolo fondamentale, rappresentando la nuova sfera pubblica globale”. Sulla responsabilità dei giornalisti il docente dell’ateneo di Ferrara ha poi evidenziato come sempre più i processi mediatici condotti dalla stampa si sovrappongano a quelli penali: il risultato è che ai cittadini si mostra una sola parte del contradditorio e non gli si offrono strumenti conoscitivi adeguati per una valutazione corretta. E in conclusione ha così rilanciato: “Occorre puntare sull’etica del giornalismo giudiziario e dei pubblici funzionari che amministrano la giustizia: il giudice deve essere il più possibile indipendente da pressioni mediatiche per esercitare il proprio dovere in modo giusto”.

L’avvocato Carlo Melzi d’Eril, esperto di diritto dei media, ha invocati una attenta  riflessione sul disegno di legge Alfano, in particolare sul capitolo delle intercettazioni. “Sulla disciplina degli atti processuali – dice l’avvocato – si pone al di fuori della cornice costituzionale”. La ragione è da ricercarsi nel fatto che la disposizione vieta di pubblicare gli atti del pubblico ministero o del dibattimento, anche nel caso non siano più oggetto di segreto investigativo: infatti non si comprende quale sia l’interesse che occorre tutelare, alla luce del bilanciamento con il diritto pubblico di informazione sulla direzione delle indagine e sulle modalità di svolgimento del lavoro degli inquirenti. Vigevani ha ricordato il ruolo della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo: “Un’amica dei giornalisti, in quanto li riconosce come cani da guardia del potere, strutturando un regime complessivo del diritto di informazione”. La CEDU, secondo il professore di Milano, potrà dichiarare incostituzionali molti aspetti del ddl Alfano.

Vittorio Roidi, già presidente della Fnsi e segretario dell’Ordine del Giornalisti, ha ricordato i tentativi, a partire dal ’92, di approvare leggi contro il lavoro dei cronisti. “Nel ’93, la risposta della categoria fu l’assunzione di una carta dei doveri basata sul riconoscimento della libertà come diritto insopprimibile del giornalista, stabilito dall’art. 2 della legge 69/63, che istituiva la professione”. Secondo Roidi, l’opinione pubblica “oggi è più sensibile. Lo dimostra il successo della manifestazione del 3 ottobre scorso in piazza del Popolo a Roma. Dobbiamo però ammettere le nostre responsabilità: molti giornalisti hanno contribuito, anche a causa del sistema elettorale maggioritario, a partecipare a questa operazione di limitazione della libertà”. Una limitazione imposta alla decisione sancita dal Codice Penale dell’’89, che stabiliva che i cronisti raccontassero il processo penale. “Ma non sono solo i politici che soffocano la libertà di stampa – ha sottolineato Roidi – anche gli editori, con i loro conflitti di interesse, influenzano i contenuti delle testate giornalistiche”. E ha aggiunto che “Occorre stabilire anche in sede parlamentare che i giornalisti non sono né giullari, né servitori e che il mestiere del giornalista va riconosciuto e svolto con coraggio, prudenza e correttezza”.

Giulio Vigevani, docente di diritto costituzionale e della comunicazione all’Università di Milano ha detto che . “La libertà di informazione, insieme alla libertà di adattamento della legge ai valori costituzionali da parte dei giudici e della Corte Costituzionale, sono i pilastri della democrazia: due poteri sotto attacco nel nostro Paese”. “Le regole sono uguali per tutti – ha precisato –, ma questo disegno di legge sottrae gli strumenti d’azione agli organi che dovrebbero controllare il rispetto di tale principio: stampa e il pm

Marco Imperato, Sostituto Procuratore a Reggio Emilia e componente della Giunta distrettuale dell’Associazione Nazionale Magistrati, non ha negato alcuni difetti dell’apparato giudiziario, sottolineando  però alcune false argomentazioni come ad esempio “i costi per svolgere le intercettazioni. Sono alti. Ma ben al di sotto del 50% del budget a disposizione, e dipendono dal gestore telefonico” -  ha precisato il magistrato - quindi una spesa discutibile, dato che il gestore è concessionario di un bene pubblico. Per le intercettazioni, si spende il doppio in Germania”. Il pm ha poi sottolineato l’uso di un linguaggio che inquina il dialogo: “Si diffonde l’idea che i pm non indaghino, ma spiino le persone”. Nel caso in cui il ddl Alfano venisse approvato, le intercettazioni non sarebbero più usate: poiché per avviarle occorrerebbe la presenza di gravi indizi di colpevolezza, l’attuale obiettivo delle stesse intercettazioni, dato che consentono di arrestare il presunto colpevole, spiega Imperato. Se occorresse intercettare la presunta persona offesa o un suo parente, o un parlamentare, il ddl stabilisce che è necessario chiederne il consenso, una modifica per così dire bizzarra dell’attuale giurisdizione. Il magistrato, preoccupato per il lavoro futuro della magistratura, ha così continuato:. “Non sarà più possibile indagare sui pesci piccoli, perciò sarà impossibile risalire a macro fenomeni come la criminalità organizzata; e saranno impedite le intercettazioni nella pubblica amministrazione, utili per esempio per accertare il reato di corruzione”. Infine un appello  ai cronisti di giudiziaria: “Occorre fornire gli strumenti di comprensione del processo penale ai cittadini, in modo da non trasformarli in sudditi”.

Fabio Anselmo, legale delle famiglie Aldrovandi e Cucchi, ha sintetizzato con una frase della sentenza pronunciata dal giudice Caruso durante il processo per la morte del giovane ferrarese Federico Aldrovandi. “…una frase che sottolinea come coloro i quali detenendo un potere, debbano essere soggetti – nell’esercizio di tale potere – al diritto di cronaca e di critica, per non lasciarli soli ad affrontare conflitti di coscienza, presumendone una forza d’animo che li ponga al rispetto della legge:  “Il diritto di cronaca e di critica – aggiunge infine l’avvocato Anselmo – va di pari passo con il diritto del magistrato di fare il proprio lavoro con serenità”.

Gerardo Bombonato, presidente dell’Ordine dei Giornalisti dell’Emilia Romagna: ha ricordato come l’ultima indagine Freedom House abbia declassato il nostro Paese nella lista dei Paesi parzialmente liberi: non solo per il conflitto di interessi di Berlusconi, ma anche per la minaccia rappresentata dalla criminalità organizzata che costringe alcuni giornalisti a stare sotto scorta. “Inoltre – ha spiegato Bombonato – il decreto legge Alfano prevede sanzioni agli editori, che è un’autentica mannaia per l’autonomia dei cronisti. Se sarà approvato, scomparirà il giornalismo d’inchiesta, l’opinione pubblica non sarà quindi più informata e nessuno controllerà l’amministrazione della giustizia”.

Tirando le somme, a conclusione dell’interessante dibattito un dubbio sorge spontaneo: Il giornalismo è in libertà vigilata? Tutti gli interventi hanno escluso decisamente che così possa essere in una società democratica moderna.

 

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