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Del Boca: l’informazione è presidio invalicabile di civiltà

GIORNATA DELL’INFORMAZIONE: IL DISCORSO DEL PRESIDENTE DELL’ORDINE

La libertà deve esserlo per intero. Ci vuole rispetto del lettore

16 ottobre 2009 - Devo un saluto riconoscente al Presidente della Repubblica italiana per aver accettato di dedicare un’udienza speciale al mondo dell’informazione.

I giornalisti vivono tempi difficili. L’accelerazione tecnologica in corso continua a spostare i punti di riferimento professionali. Le garanzie – anche contrattuali – che credevamo intoccabili sono pesantemente in discussione. E i valori dell’indipendenza culturale corrono il rischio di essere accerchiati dai cosiddetti poteri forti.

L’attenzione che il Capo dello Stato riserva per questi problemi segnala – contemporaneamente – la sensibilità dell’uomo delle istituzioni e l’attualità delle questioni che toccano il cuore del sistema dei media.

L’agenda politica di questi tempi ha dovuto riflettere sull’autonomia da assicurare all’informazione.

A parole sono tutti d’accordo: giù le mani dalle libertà e massimamente dalla libertà di stampa che – per dichiarazioni convergenti – deve essere difesa, anzi garantita, anzi accresciuta. Poi, all’atto pratico, troppi si comportano come se le libertà vere fossero soltanto le loro e considerano che gli autentici valori risiedano proprio nel punto dove ci stanno loro e dove si trovano anche abbastanza comodi.

Non ci sono scuole che la insegnino né esistono didattiche che ne garantiscano l’applicazione.

Certo la libertà – come potrebbe essere altrimenti? – è per definizione libera e deve esserlo per intero. Impossibile immaginare di difenderne solo una parte, magari da schierare contro un’altra parte che non piace. Il metro dei giacobini non rappresenta una buona garanzia.

Non è un regalo, non è un privilegio e non può essere assicurata per legge anche se la Costituzione parla della libertà di espressione nell’articolo 21. I giornalisti dispongono anche di uno strumento in più da quando, il 3 febbraio 1963, Guido Gonella, giornalista, deputato e ministro, patrocinò e difese il progetto di legge per l’istituzione dell’ordine dei giornalisti. La legge, in 46 anni, è diventata vecchiotta in alcuni passaggi ma il suo fondamento è ancora di straordinario valore. Il legislatore ha intuito la necessità di assicurare ai giornalisti un’autonomia forte. E ha ritenuto che quelle garanzie dovessero essere messe per iscritto perché fosse chiaro – ma proprio chiaro – che l’informazione era da considerarsi un presidio invalicabile di civiltà.

Su queste basi, alcuni fondano la pretesa che l’informazione rappresenti il “quarto potere”. Assicuro che, in tanti anni di personale impegno nella categoria, di potere non ne ho trovato traccia. E’ però vero che i giornalisti devono poter esercitare la loro critica anche nei confronti del Parlamento, del Governo e della Magistratura. I quali se non vogliono proprio tenere conto dei rilievi che vengono loro rivolti dovrebbero almeno rispettare la funzione che li ha prodotti.

Ovviamente, anche i giornalisti devono saper far buon uso della libertà che è messa a loro disposizione. Per infornare occorre coerenza, coraggio, determinazione, equilibrio. Si dovrebbe poter chiamare ladro chi ruba e somaro chi è ignorante ma non dimenticarsi mai del rispetto che è dovuto ai protagonisti dei nostri articoli, preoccuparsi di conoscere le ragioni altrui e sforzarsi di comprenderle.

Le persone cui quotidianamente ci rivolgiamo sono lettori e non elettori. Dobbiamo colloquiare con loro: hanno il diritto di conoscere cosa capita nel mondo ma non ingannati, turbati, eccitati da input informativi assillanti e deformanti che la quantità e qualità dei messaggi rendono possibile.

Niente affatto facile. Possiamo esibire centinaia di pagine che, ogni giorno, danno conto della fatica, dei sacrifici e, qualche volta, della paura dei colleghi. Non di rado siamo costretti a parlare di noi e raccontare di chi è morto, di chi è minacciato, di chi vive sotto scorta come un clandestino per aver tentato di raccogliere qualche particolare in più da aggiungere all’articolo destinato alla tipografia.

Ma non mi nascondo, dall’altra parte, le pigrizie e persino qualche vigliaccheria che macchiano il nostro lavoro quotidiano: la superficialità a volte irritante, le imperfezioni anche lessicali, i congiuntivi che non sono sempre al posto giusto, gli errori qualche volta grossolani e una neghittosità poco professionale.

I colleghi che sono qui oggi, vincitori di premi di giornalismo, hanno meritato una segnalazione speciale e certo sono campioni della “schiena dritta e della testa alta”. Possono essere un esempio da indicare a chi intende cimentarsi in questo straordinario e complicato mestiere.

 

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