Sabato, 19 Ottobre 2019 02:17

Il procuratore: il cronista che si avvale di un pubblico ufficiale infedele deve risponderne

PERQUISIZIONI A NOVARA: SALUZZO RISPONDE ALLE PROTESTE

 

Pubblichiamo il testo della lettera che il procuratore della Repubblica di Novara, Francesco Enrico Saluzzo, ha mandato in risposta ai comunicati con cui gli organismi del giornalismo hanno protestato per le perquisizioni contro i colleghi Renato Ambiel, redattore della Stampa, e Giuseppe Cortese e Attilio Barlassina, direttore e redattore della Tribuna Novarese

22 ottobre 2009, Novara - In questi interventi si lamenta, con una linea comune, come i provvedimenti adottati e posti in esecuzione ieri da questo Ufficio (e a mia firma) si inseriscano in una linea di azione (o, forse, di “reazione”), volta a comprimere la libertà di azione del giornalista, la sua pari libertà di procacciarsi le fonti e, attraverso esse, le notizie; in definitiva con l’obiettivo di limitare (o, comunque, di rendere difficoltoso e irto di ostacoli) l’esercizio del dovere e del diritto di informare. Aggiungendo, inoltre, che, con quei provvedimenti (dei quali si definisce il carattere intimidatorio) si intende, più o meno apertamente, raggiungere il risultato di costringere (o, perlomeno, tentare di farlo) il giornalista a rivelare le fonti delle sue informazioni e notizie.

Nulla di più errato e di più fuorviante, soprattutto, considerando l’ampiezza di spettatori e utenti cui il messaggio è destinato.

Errata è anche l’affermazione secondo cui, connesso alla libertà di stampa (nella sua più ampia e nobile accezione: che il mo Ufficio non intende assolutamente porre in discussione), sarebbe anche il diritto “di ricevere o di comunicare informazioni o idee senza che vi possa essere ingerenza da parte delle autorità pubbliche”. Vero con riferimento alle idee (salvi i limiti della diffamazione), inesatto, invece, con riferimento al ricevere o comunicare informazioni.

Infatti, con riferimento a queste ultime attività, non deve mai dimenticarsi che procurarsi notizie e informazioni utilizzando canali indebiti o, peggio, illeciti, comporta delle scelte e una conseguente assunzione di responsabilità.

Il giornalista che utilizza un pubblico ufficiale infedele (cioè colui che viene meno al dovere del rispetto del segreto, quando questo ancora vige con riferimento a una certa indagine: ed è proprio il caso che ci occupa, perché la fase dell’indagine era ancora coperta da un segreto, non scalfito dalla notifica di un atto che non conteneva alcuna informazione sui fatti) fa una consapevole scelta e non può poi dolersi di essere esposto alle conseguenze, almeno sino a quando l’attuale previsione penale rimarrà formulata nei termini attuali.

Egualmente è inesatto che il mio Ufficio voglia costringere i giornalisti a rivelare le fonti: e ciò sarebbe stato il fine dei provvedimenti disposti ed eseguiti nella giornata di ieri. Nessuno ipotizza che al giornalista, nei casi specifici, possa essere imposto di rivelare ciò (né vi sono gli strumenti per farlo, né sarebbe possibile per la vigenza del principio “nemo tenetur se detegere”, poiché il giornalista dovrebbe ammettere il proprio concorso in un reato). Però nessuno può imporre né impedire al titolare dell’azione investigativa e dell’azione penale di svolgere indagini per individuare se – e, in caso positivo – chi abbia rivelato indebitamente o illecitamente – se pubblico ufficiale – le informazioni destinate a rimanere riservate o segrete.

E solo a questo tendono le indagini in corso e i connessi provvedimenti: alla ricerca di prove eventuali e di eventuali responsabilità per un fatto avente rilevanza penale, come avviene nei confronti di tutti i cittadini, senza che si possano invocare aree più o meno estese di salvaguardia e di impunità, salvo che nei casi previsti dalla legge.

Nessun altro fine è stato perseguito, nutrendo chi scrive (unitamente ai componenti dell’Ufficio dei quali interpreto il pensiero e l’orientamento) il massimo rispetto e la massima considerazione per una libertà di stampa che non conosca altro limite che quello deontologico e quelli previsti dalla legge, quella penale in particolare.

Sperando di aver reso un contributo per un chiarimento che auspico utile e necessario, i miei migliori saluti, con l’auspicio che si dia adeguato spazio a questa mia riflessione.

 

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