Lunedì, 21 Agosto 2017 13:48

GIULIO FRANCESE:"GRAZIE ALL’UNCI LA GIORNATA RICORDA AL PAESE I TANTI GIORNALISTI CADUTI E FINITI TROPPO PRESTO NEL DIMENTICATOIO" / NADIA FERRERO:"MIO PADRE CERCO' DI CAPIRE IL PERCHE' DI TANTA VIOLENZA"

A Torino la Giornata della Memoria dei giornalisti uccisi da mafie e terrorismo. Ricordati anche i cronisti Mario Francese e Leone "Nino" Ferrero
 
A Torino,  Mario Francese, cronista giudiziario del Giornale di Sicilia ucciso dalla mafia a Palermo, a colpi di pistola la sera del 26 gennaio 1979, è stato ricordato dal figlio Giulio, anch’egli giornalista, con questo messaggio: "Questa giornata voluta dall’Unci per ricordare al Paese i tanti giornalisti caduti e finiti troppo presto nel dimenticatoio, in questi anni ha fatto molta strada. Ha riunito i familiari delle vittime nel ricordo, ha fatto riscoprire ai colleghi di oggi i cronisti che hanno pagato con la vita l’amore per la professione e la verità come mio padre, Mario Francese, cronista di giudiziaria ucciso da Cosa nostra nel 1979, il primo e forse l’unico a raccontare in quel periodo l’ascesa dei “corleonesi” di Riina. Il loro assalto a Palermo comincia proprio con la sua uccisione. E con mio padre altre sette giornalisti sono stati schiacciati in Sicilia dalla furia omicida di Riina e company. Uno di questi era Mauro Rostagno che celebrerete in questi giorni a Torino. Ecco, mi piace ricordare questi uomini, come degli esempi di amore per la professione ma anche come valori per chi ancora crede nella necessità di un giornalismo che sappia scavare a fondo. E guardo ai tanti giovani, anche precari, che da questi esempi e da questi valori possono trarre la forza per andare avanti con efficacia e dignità, anche rischiando. Ma a tutti loro non deve mancare la nostra vicinanza ed il nostro sostegno".

Questo invece il ricordo del giornalista dell’Unità Leone <Nino> Ferrero della figlia Nadia, che vive in Francia. 

"Mio padre – scrive Nadia Ferrero – è morto dieci anni fa, nel suo letto all’età di 80 anni. Se avesse fumato un po’ meno delle sue sigarette senza filtro, forse, potrebbe esserci lui qui a dire due parole su cosa furono quegli anni di guerra civile e sulla sua personale esperienza di pistolettate nelle gambe. Mio padre, giornalista dell’Unità, fu colpito la notte di un 19 settembre piovigginoso, a Torino, sotto casa sua, da un gruppo chiamato Azione rivoluzionaria. Cinque pistolettate, sei mesi di ospedale e un anno di stampelle, la vita risparmiata. E dopo la ripresa fisica e psicologica e l’elaborazione dei fatti, fu per lui un imperativo il desiderio di capire e quindi di incontrare i suoi feritori. Un primo fitto scambio epistolare cui seguì l’incontro in carcere e poi fuori dal carcere quando i due terroristi finirono di scontare la pena. Documentò tutto questo con vari articoli sull’Unità in cui ricostruiva le vicende di quegli anni attraverso le testimonianze degli attentatori".

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